venerdì 22 giugno 2012

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Non esiste niente di peggio che smettere di credere nell'amore, in quello che può dare qualche briciolo di senso a quello che è questo lampo di tempo che ci  è concesso. La morte può darci una libertà apparente, libertà che non siamo stati capaci di crearci in vita. Nulla è perduto finchè si crede fino in fondo che l'amore possa salvarci. Ho sempre pensato che la presenza di qualcuno che ci ami per quello che siamo, che ci accetti per quello che facciamo e pensiamo siano cose impagabili, irresistibili, a volte inarrivabili, come l'uomo che con la sua mano crede di potere toccare una stella che in cielo, ma lei è là, che brilla, come quell'amore che si sogna per una vita, come quegli occhi in cui ci si perde e si cede con il cuore, il corpo e la mente.

giovedì 21 giugno 2012

Ce la posso fare!

Le paure, la propria personalità, le esperienze vissute, sono tutti
elementi
che che ci impediscono di credere nella possibilità di cambiare.
Con la pratica scaturisce un nuovo modo di guardare la realtà e tiriamo
fuori
il coraggio di osare.

"Smettila di pensare che non ce la puoi fare".
La parola chiave è pensare, dato che il nostro agire inizia dai pensieri.
Come spiega Nichiren: "diventare padroni della nostra mente e non
lasciare che
la mente sia la nostra padrona"(scritti di Nichiren Daishonin, Vol 5,
pag 4).
Spesso accade che la mente vada per conto suo portandoci lontano dai nostri
sogni e desideri.
Anche la mente e i suoi pensieri sono manifestazioni del karma accumulato.
Le azioni che generano il karma possono essere mentali, verbali o fisiche.
Praticare significa trasformare il karma e questo riguarda anche la
trasformazione del pensiero: quando innalziamo il nostro stato vitale
cambia
anche il contenuto dei nostri pensieri!

Dice Nichiren nell' Apertura degli occhi: "Se vuoi conoscere le
cause del
passato, guarda gli effetti del presente; se vuoi conoscere gli effetti del
futuro, guarda le cause del presente"

Quando le stesse situazioni tendono a ripresentarsi, magari anche dopo
anni,
significa che sta emergendo il karma accumulato nel passato.
E' in questi momenti che le azioni che compiamo determinano il nostro
futuro,
a cominciare dal pensiero con il quale reagiamo ad un evento.
Quando pensiamo "non ce la farò mai" avvengono due azioni
contemporaneamente:
1) questo pensiero è il risultato del karma passato, 2) stiamo creando
cause
che influenzano l'esito del nostro futuro.

Il Buddismo parla poi di tendenza karmica, un circolo vizioso in cui un
certo
tipo di azione ripetuta nel tempo produce una predispozione verso lo stesso
comportamento nel futuro.
E la tendenza karmica si manifesta anche nel nostro carattere e nella
nostra
personalità.
Il carattere è una tendenza karmica ed ogni carattere ha pensieri
dominanti:
una personalità depressa avrà pensieri negativi, sarà poco progettuale,
mentre
una personalità paranoica vedrà gli altri come potenziali nemici, sarà
diffidente e sfiduciata.
Ma come afferma il presidente Ikeda: "Se vi impegnate di continuo la
vostra
personalità migliorerà lentamente e in maniera costante"(In cammino
con i
giovani, Esperia edizioni 2000, pag. 86)
Ikeda spiega come si forma la personalità di un individuo, citando due
elementi:1) la natura fondamentale 2) le influenze esterne(abitudini, usi e
costumi).
Quando questi due elementi interagiscono fra di loro si manifesta la
poersonalità.
Il primo elemento, cioè la natura fondamentale, è il nucleo centrale della
personalità.
La cosa più importante: la nostra natura fondamentale può illuminarsi in
funzione del nostro stato vitale, e per il principio di esho funi(non
dualità
tra noi e l'ambiente), quando modifichiamo la nostra natura fondamentale
(attraverso il daimoku)modifichiamo anche le influenze esterne(cioè le
nostre
abitudini, i nostri usi e costumi, ovvero le nostre modalità di vita).
La personalità viene illuminata dallo stato di Buddità.
Se abbiamo vissuto un passato difficile, nulla potrà cambiarlo ma
continuando
a praticare si scopre il senso del proprio passato, per quanto difficile e
sofferto possa essere stato.
Possiamo imparare dal passato per creare il nostro futuro e possiamo
cambiare
il nostro futuro a partire dalle azioni di oggi. Se abbiamo incontrato
persone
sempre di un certo tipo e ci siamo avvicinate a loro, lamentandocene dopo,
dobbiamo chiederci quale era lo stato vitale che ha influenzato le nostre
azioni all'epoca. Possiamo imparare a capire qual'è lo stato vitale
che
influenza oggi le nostre decisioni.

Certe volte pensiamo di non farcela per paura di fallire. La psicologia
moderna ha rilevato come alla base delle nostre azioni non c'è
solamente
l'aspettativa del successo ma anche la tendenza ad evitare
l'insuccesso.
L'individuo che vuole evitare il fallimento si orienta verso obiettivi
altamente probabili oppure verso obiettivi il cui raggiungimento risulta
altamente improbabile: il paradosso consiste nel fatto che un eventuale
insuccesso in obiettivi molto difficili è meno frustrante e ci fornisce una
sorta di giustificazione!
Altre volte pensiamo di non farcela per paura del successo! Siamo talmente
abituati a "sentire l'odore delle latrine" che non riusciamo
a percepire odori
diversi, una vita diversa e le infinite possibilità che questa ci offre.
Ma al di là di tutte queste considerazioni, l'errore più grande
consiste nel
credere che i fallimenti del passato possano compromettere il futuro e che
il
passato sia l'elemento determinante per il successo nel futuro!
Come dice Ikeda: IL passato è passato e il futuro è il futuro. Continuate
ad
avanzare e pensate: inizierò da oggi!! Ripartire da ora è il cuore della
filosofia buddista.

Nel Buddismo esiste un concetto difficile da tradurre, kokoro. Nella nostra
lingua kokoro esprime 3 concetti diversi e difficilmente fondibili: mente,
cuore e vita. Nel Buddismo non c'è separazione tra questi 3 elementi
mentre
nella cultura occidentale sono 3 termini antitetici.

Spesso utiliziamo il pensiero logico per porre un limite ai sogni e ai
desideri, ma l'aspetto mistico della nostra vita va oltre le nostre
previsioni
più rigorose e precise!
La questione è che spesso noi stessi crediamo di non poter avere grandi
sogni
rinnegando la nostra natura di Budda. Questa incredulità è l'oscurità
fondamentale della nostra vita. "Ma se in fondo al cuore, magari in un
angolo
nascosto, avete deciso che solo voi non riuscirete ad essere felici, che
solo
voi non diventerete mai una persona capace, che solo i vostri problemi non
si
risolveranno, questo unico fattore mentale, questo ichinen, impedisce il
sorgere del beneficio"(Ikeda, Gli eterni insegnamenti di Nichiren
Daishonin,
pag 167)
Le paure, la personalità, le esperienze passate, sono tutti gli elementi
che
possono impedire di sognare e di credere nella Buddità. Il cambiamento
nasce
quando decidiamo di cambiare e di provare la gioia di vivere(Ikeda, La vera
entità della vita, pag. 219)
Alla fine del percorso resterete sorpresi più di chiunque altro difronte a
ciò
che potrete raggiungere perchè possedete un potenziale illimitato(In
cammino
con i giovani, pag. 86)

Lezioni di Daisaku Ikeda sul Raggiungimento della Buddità Buddismo e
Società
119

Sintesi di un articolo di Maria Cristina Gori

Svuotarsi per salvare se stessi.

Svuotarsi per salvare se stessi ma trovarsi ad annegare in un mare di risentimenti,
superare ciò che ci ha colpiti dall'interno ed essere colpiti con un pugno dall'esterno,
è come un gatto che si morde la coda, un uccello in una gabbia che non ha uscita.
Credere negli altri più che in se stessi per poi ritrovarsi nella non esistenza,
cosa ha davvero senso nella vita? Per cosa bisogna vivere?
Si troverà mai un porto dove non esiste la tempesta?
Quando tutto avrà  trovato il suo vero posto?
Se la verità ha molteplici forme ed inesorabilmente una parte di essa non riusciamo nemmeno a percepirla, come si può davvero giungere ad essa?

“Non sono in grado di salvare me stesso, come potrò salvare il mondo intero?” (Papa Celestino V)


domenica 26 febbraio 2012

mercoledì 22 febbraio 2012

Domande

Il dubbio è una di quelle cose che possono ferire più di qualsiasi cosa.

martedì 6 dicembre 2011

Così un batterio cancellerà la specie umana

Francesca ha 13 anni e ha preso l’influenza, una cosa banale, ma qualche giorno dopo la ricoverano per polmonite. Trovano un germe capace di resistere agli antibiotici («Mrsa» dicono i medici, è uno stafilococco che resiste alla meticillina). Forse Francesca vivrà, ma la sua vita sarà segnata per sempre da un grave danno ai polmoni. E lo stafilococco non è il solo, ce ne sono altri di batteri così. Hanno nomi complicati: Enterococcus faecium, Acinetobacter baumannii, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosas, e tante specie di Enterobacter. Insieme provocano almeno 40 mila morti all’anno negli Stati Uniti e almeno 10 mila da noi. «Nella guerra con gli antibiotici finiranno per vincere i batteri», titola «Science» in una serie recente tutta dedicata ai meccanismi con cui i germi imparano a resistere agli antibiotici. E il «Lancet» di questi giorni a questi batteri dedica cinque pagine con un titolo che fa paura: «The crisis of no new antibiotics ».
Insomma siamo senza antibiotici nuovi, cosa potrebbe succedere? Non lo sappiamo di sicuro, certo è che l’industria dei farmaci non ha più interesse a investire in questo settore. Delle quindici grandi compagnie farmaceutiche che una volta investivano nella ricerca di nuovi antibiotici, otto non se ne occupano più e altre due hanno ridotto enormemente il loro impegno. Solo cinque hanno ancora programmi di ricerca sugli antibiotici, GlaxoSmithKline, Novartis, AstraZeneca, Merck e Pfizer. Perché? Costi troppo alti e ritorni modesti. Di infezione o si guarisce o si muore e così la cura è per poco, i farmaci per la pressione alta o il colesterolo invece si prendono per tutta la vita e rendono molto di più. Intanto i batteri ne inventano una ogni giorno (per non dire ogni ora, si moltiplicano molto rapidamente e a loro certe volte bastano 18 ore per sviluppare resistenza).
Hanno imparato presto, fin dagli anni 50, a difendersi dagli antibiotici. All’inizio sintetizzavano un enzima che si lega alla penicillina e la rende inoffensiva. E l’industria dei farmaci ha risposto con una penicillina sintetica, la meticillina, erano gli anni 60 e allora c’era entusiasmo fra gli scienziati: «Abbiamo vinto noi, finisce l’era degli stafilococchi resistenti ».Ma poco dopo è arrivato in Europa il primo stafilococco Mrsa come quello di Francesca, la ragazza dell’inizio di questa storia. Quel batterio per beffare la meticillina si è preso un gene che blocca il sistema che usano gli antibiotici per far breccia nella parete dei germi. Lo stafilococco il gene è andato a prenderselo da certi germi che vivono sulla cute degli animali, come ci sia riuscito però resta un mistero.
Fino agli anni 80 di stafilococchi Mrsa ce ne erano in giro molto pochi, forse l’1-2 per cento di tutti gli stafilococchi. Adesso il 70 per cento degli stafilococchi che circolano negli ospedali sono Mrsa. Il rischio è che germi così si possano diffondere anche fuori dagli ospedali, negli asili per esempio, nei centri di accoglienza per gli anziani, fra i militari, nelle carceri. È già successo. Nel Minnesota nel 1999, quattro bambini hanno avuto infezioni gravissime da stafilococco Mrsa e sì che nessuno di loro era mai stato in ospedale. Non basta: nel 2002 si sono cominciati ad isolare ceppi di stafilococco Mrsa che resistono anche alla vancomicina, l’ultima spiaggia quando fallisce la meticillina. E non sono solo gli stafilococchi ad aver imparato a resistere agli antibiotici, il problema è ancora più preoccupante per quei germi che i medici chiamano gram-negativi. Questi hanno una membrana molto più spessa e sono molto più difficili da uccidere degli stafilococchi. Ormai ci sono gram-negativi che hanno imparato a resistere a qualunque antibiotico. Stanno soprattutto negli ospedali questi germi, ma se si dovessero diffondere saremmo veramente nei guai. E allora?
Il punto di vista di Joshua Lederberg, un microbiologo che ha avuto il premio Nobel nel ’59, è che nella lotta ormai impari fra l’uomo e i batteri «vinceranno i batteri» e così il dominio dell’uomo sulla terra finirà. Lederberg è morto due anni fa, forse aveva ragione. Abbiamo usato gli antibiotici inmodo sconsiderato per curare le malattie dell’uomo, ma anche per allevare gli animali e per le piante. E poi siamo in troppi sulla Terra. Più si cresce più le condizioni igieniche sono precarie, gli aerei hanno abbattuto le barriere geografiche. Così i germi vanno da un punto all’altro della terra nel giro di poche ore, e «chi ci governa non ha la benché minima percezione del disastro a cui l’umanità sta andando incontro», scriveva Lederberg.
E allora potrebbe anche succedere quello che già aveva anticipato Jack London nel suo romanzo La peste scarlatta, pubblicato la prima volta su «The London Magazine» nel 1912. Una gravissima pestilenza uccide gran parte degli uomini. I pochi superstiti tornano all’età della pietra, i loro figli, che ormai vivono di radici e frutti selvatici, si rendono conto di quello che è successo dai racconti di un vecchio, lui c’era e ricorda tutto. Fantascienza? Forse, come nel film di Kinji Fukasaku Virus: ultimo rifugio Antartide, un virus creato in laboratorio che sfugge al controllo degli scienziati e si diffonde fino a uccidere l’intera popolazione del mondo. O forse no.

Giuseppe Remuzzi